L'interim management è entrato nel vocabolario corporate italiano da tempo, ma nell'hospitality resta uno strumento sottoutilizzato. Spesso confuso con un "tappa-buchi" in attesa del manager definitivo, è in realtà una scelta strategica con logiche, profili e contratti propri.
Cinque contesti dove serve un interim manager
1. Cessazione improvvisa di una figura chiave
Quando un General Manager o un Direttore Operations lascia l'incarico in modo non programmato, il rischio non è solo operativo: è di perdita di memoria organizzativa. L'interim copre la transizione mantenendo standard e relazioni.
2. Fase pre-cessione dell'asset
Nei 12-18 mesi che precedono la vendita di un hotel, può essere razionale inserire un manager con mandato esclusivo di ottimizzare i numeri di vendita (GOP, ADR, RevPAR) e di presentare l'asset al mercato. Non un manager di lungo periodo: un manager di output.
3. Ristrutturazione
Quando si avvia un piano di ristrutturazione che impatta organizzazione, costi e prodotto, può essere preferibile inserire una figura senza legami pregressi con il team in essere, capace di prendere decisioni impopolari senza pagare costi politici.
4. Integrazione post-acquisition
Dopo un'acquisizione, le prime fasi di integrazione richiedono profili specifici, abituati a gestire la complessità di due culture organizzative.
5. Sviluppo di un nuovo progetto
Pre-apertura: serve un profilo con esperienza di apertura, non di gestione corrente. Spesso queste competenze coincidono con interim specialisti.
Profilo dell'interim manager
L'interim manager efficace non è "un consulente che opera dentro". È un manager con linea, con piena autorità decisionale sul perimetro affidato, con mandato chiaro su KPI e tempi, retribuito in modo coerente con la natura del ruolo (per missione, non solo in giornate). Generalmente: 35-55 anni, esperienza diretta di P&L, ha già gestito 3-5 mandati di transizione.